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Estate! Tempo di raccolta, di frutti maturi e di conserve…

La zia Teresa era conosciuta da molte persone per le sue conserve, per i dolci, e per la buona pasta con la verdure che preparava. D’estate, lei infatti sapeva quando le susine erano mature di sole e di vita, e non aveva dubbi sul fatto che non le poteva raccogliere né primadopo. C’era un tempo. Il frutto cade nelle tue mani quando è pronto, diceva con sicurezza, quando lo tocchi appena e capisci che di tutto l’albero puoi prendere solo i frutti maturi. Altri, li prenderai un altro giorno.

Tocchi di pazienza, tocchi di stabilità. Avrei voluto dirle: dai, oggi ho tempo, raccolgo tutte le susine. Io non capivo! Poteva fare tutto in un giorno solo e cavarsela  bene lo stesso, se non forse meglio! Tanto nel tempo che avanzava avrebbe potuto fare mille altre cose.

Invece no! Andava avanti lenta nel suo modo di fare, e non si preoccupava del vociferare di noi giovani nipoti.

Dopo avere raccolto le susine, la cesta veniva appoggiata sullo sgocciolatoio della cucina, ed iniziava il ritmo delle susine che venivano tuffate nell’acqua limpida per essere lavate. La zia mi faceva notare il suono della frutta quando cade nell’acqua, perché i tonfi delle susine la scuotevano. Lei gioiosa seguiva i tonfi e si inventava  canzoni buffe, senza un senso preciso. Io mi lasciavo contagiare, e insieme cantavamo al ritmo dell’acqua e delle susine. Tonf, tonf, tonf…

Vasi,  pentole, ciotole: tutto era pronto per raccogliere la frutta lavorata a conserva, con tanto amore. Qui se volete potete trovare la sua ricetta. Sì, la zia mi ripeteva sempre che non importa quello che si vede esteriormente, ma importa il cuore, importa come stiamo in relazione con il creato. Il creato geme e soffre le doglie del parto, e ha bisogno di essere trattato con amore, di chi vede oltre la materia. Il creato aspetta le mani di un figlio. Lei mi diceva che è parte del corpo di Cristo e siamo noi nel Figlio che attraverso lo Spirito Santo che possiamo lavorare la materia per continuare la bellezza della creazione. Assieme al Padre, riportando tutto a Lui.

Sono onesta. Io non capivo molto di quello che diceva, anzi mi sembrava noioso, una di quelle tante follie che ormai associavo a zia Teresa. Zia Teresa era proprio fuori dal mondo. Quello che mi rimaneva però era un gusto, un desiderio di tornare da lei a sentire anche quello che non capivo.

Non intendo il gusto della confettura, che peraltro era buonissimo, ma un gusto che mi spingeva verso la relazione. Intuivo, più che capivo, che la confettura era un veicolo dell’amore che circolava dal Padre al Figlio e per mezzo dello Spirito Santo. Con la nostra accoglienza, la frutta conservata portava vita a chi la mangiava.

Per zia Teresa la conserva pronta doveva velare sul cucchiaio,  non doveva essere troppo densa e nemmeno liquida. L’occhio era sempre vigile e attento, e mentre guardava la cottura mi spiegava che se non imparavo a guardare e ascoltare quello che si stavo facendo con attenzione, come avrei potuto ascoltare una persona che ti parla? Non si può amare a cassettini, c’è bisogno degli occhi del cuore per ascoltare e vedere ogni cosa in Cristo.

La confettura era pronta, il profumo dell’estate si espandeva per tutta la cucina, e la zia Teresa l’aveva invasata nei barattoli di vetro, pronti per essere sterilizzati. Le etichette con la data le preparavo io, con la cura e la bellezza che stavo imparando. Alcuni barattoli erano già destinati a delle persone, altri come regalo per il prossimo Natale. Gli ultimi li teneva la zia per la preparazione dei suoi super biscotti e delle super torte.

La raccolta dei frutti spirituali

L’estate nella vita spirituale possiamo considerarlo come il tempo della raccolta dei frutti  spirituali. Un tempo specifico dove  è importante sapere in noi quali sono i frutti  maturi e pieni,  da raccogliere e conservare. Il gusto pieno della Parola  incarnata, quella custodita e innaffiata, perché inclusa e cresciuta nel tempo pieno dell’amore.  Quella proprio mia non data ad altri, quella che imparo a riconoscere che è la parola per me in mezzo alle altre.  Si, perché il dialogo con il Signore è personale non concettuale o filosofico. Il frutto indica anche la relazione all’albero, e se c’è un frutto vuol dire che nel tempo dell’ascolto  la relazione è stata liberata da sterpi e rovi, c’è stata una purificazione profonda dei sentimenti e pensieri del cuore.  I frutti da raccogliere si ricevono a mani aperte perché sono  doni che non dobbiamo prendere o pretendere, sono già maturati dentro alla relazione che si schiude e cuce  fra la parola e la vita. Questi frutti  sono i passi  da fare nel giardino, e  diventano noi, la nostra vita unita a quella dell’unico frutto buono del giardino: Gesù.

Proprio come la zia Teresa con la frutta, che  raccoglieva solo quella che l’albero gli donava di giorno in giorno, così noi dobbiamo aspettare che i frutti spirituali maturino fino a che li riceviamo.

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